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UN'AVVENTURA ESTIVA - PARTE SECONDA
Inserito il 22 dicembre 2023 da admin. - Narrativa - segnala a: facebook  Stampa la Pillola  Stampa la Pillola in pdf  Informa un amico  

In esclusiva per i lettori un breve racconto in tre parti di un’epoca che ormai non c’è più.
Buona lettura

Renato Rossi


L’estate di quell’anno Carlo pensava solo a divertirsi. Con gli amici usciva alla sera e rientrava all’alba. La difficoltà maggiore stava nel non far rumore per non svegliare suo padre, altrimenti gli toccavano interminabili sermoni. Per fortuna c’era sua madre, buona donna, sempre pronta a difenderlo.
Diceva al marito:
– Perché ti arrabbi? Che serve? Ti ricordi quando avevi tu la sua età?
Il padre si rabboniva e alla fine, qualcosa doveva essergli entrato in testa, perché il nostro eroe non se lo ritrovava più lì quando rientrava. Valerio insisteva nel dire che erano giovani e liberi e che quelli era meglio ignorarli che tanto can che abbaia non morde. Così diceva Valerio e si metteva a ridere e a stringere gli occhi come se dovesse fissare il sole in agosto.
Di loro tre quello che aveva le idee più chiare era Paolo che sapeva già che avrebbe fatto ingegneria. Carlo
cosa voleva fare dopo il liceo non lo sapeva ancora. Una volta disse che voleva fare scienze politiche a Trento, ma tanto per dire qualcosa visto che continuavano a chiedergli che intenzioni avesse dopo la maturità. Sapete cosa rispose il padre? Che non se ne parlava, o medicina o ingegneria, se voleva che lui lo mantenesse. Legge neanche a pensarci perché gli avvocati vivono di carne arrabbiata. Carlo voleva ribattere che allora i medici vivono di carne malata ma pensò che era meglio lasciar correre.
A ogni modo quello era: prendere o lasciare. Altrimenti poteva sempre lavorare. Ma Carlo a mettersi in fabbrica a tribolare proprio non ci pensava, quindi sapeva che sarebbe stata o medicina o ingegneria.
E una volta disse che allora sarebbe stata medicina. Loro mostrarono di essere contenti perché così quando diventavano malandati c’era uno di famiglia che li curava. O così almeno speravano, non come quella poveraccia della Vittoria che con tre figli messi al mondo non ne aveva nessuno che badasse a lei. Chi poi fosse questa Vittoria che ogni tanto tiravano in ballo a Carlo sarebbe piaciuto saperlo. Una volta lo chiese anche e sua madre rispose, alzando le spalle, che era “una che conoscevano” una volta.
Carlo sapeva che il corso di laurea in Medicina e Chirurgia era di ben sei anni mentre quello di Ingegneria “solo” di cinque. Ma se doveva scegliere tra le due di sicuro medicina era la preferita perché non gli dispiaceva fare un lavoro dove si aiutava la gente che soffre. Come carattere aveva preso tutto dalla madre.
La sera del sabato o della domenica Valerio caricava tutti sulla Fiat 127 e andavano in qualche discoteca sulle colline sopra Abano o al mare a Jesolo. Lo scopo naturalmente era sempre quello: trovare qualche ragazza e magari amoreggiare. Ma ripeto, non era così facile. Si, ce n’era qualcuna che si faceva baciare, se però cercavano di metter le mani sotto la minigonna si prendevano una sonora sberla in faccia.
Il più delle volte finivano a fumare (specifico: sigarette) sulla spiaggia fino a che non si vedeva il sole spuntare dal mare. E poi tornavano a Padova e si fermavano davanti alla stazione dei treni a osservare la gente che correva per andare al lavoro. Studiavano le facce piene di sonno di chi arrivava trafelato e qualche volta, per effetto della stanchezza o se volete anche delle birre, non ricordavano neppure dove erano stati.
Paolo diceva che era tardi, di andare a casa che suo padre si sarebbe arrabbiato come una iena. Ma Carlo e Valerio si mettevano a ridere e a fare chiasso e qualcuno che passava e li vedeva divertirsi a quell’ora gridava che andassero a zappare la terra, lazzaroni mangia a sbafo e che il Duce ci voleva per tipi come loro.
Quando uno della compagnia chiedeva cosa avessero fatto fuori tutta la notte, Valerio gonfiava il petto e con orgoglio raccontava che avevano trovato delle tedesche proprio a modo, per niente schizzinose, non come quelle smorfiosette della classe che si mettevano a sputare gridolini anche solo se le guardavi un po’ storto.
Quelli dicevano che erano tutte fantasticherie e che avevano solo tempo da perdere. Allora Paolo li sfidava a provare loro, se ne erano capaci.
Se però devo proprio dire la verità Carlo con le ragazze era davvero una frana. Sì, a qualcuna aveva chiesto se voleva stare con lui. Ma quella o gli rispondeva che era ancora un ragazzino oppure che andava bene ma che lei certe cose non le faceva e se non gli comodava che se ne cercasse un’altra.
Era esperienza comune, non solo di Carlo. Una volta Flavio, uno del giro, gli confidò che aveva perso la testa per Sandra, una bella figliola in classe con loro. Aveva provato a chiederle di stare insieme. La risposta era stata. “Sei tanto simpatico e carino ma non il mio tipo”. A Carlo aveva fatto un po’ pena con quel suo naso rincagnato da pugile e la faccia piena di brufoli. Flavio raccontava che ci aveva messo una pietra sopra, invece ogni tanto ne riparlava. Qualcuno dirà: ma questi non sapevano pensare ad altro? E a cosa volete che pensassero dei ragazzi sani di quell’età con livelli ottimali di testosterone?

(segue nella prossima pillola)


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