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DIARIO DI UN MEDICO - Quarta e ultima puntata
Inserito il 21 gennaio 2024 da admin. - Narrativa - segnala a: facebook  Stampa la Pillola  Stampa la Pillola in pdf  Informa un amico  



Questa è la quarta e ultima puntata di un breve racconto che abbiamo trovato nelle pagine ingiallite di un vecchio diario tenuto da un medico di campagna. Qui le puntate precedenti: http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=8307
http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=8308
http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=8309
Buona lettura.

Renato Rossi


Con quell’assistente avevo una certa confidenza. Qualche giorno dopo la mia prova deludente lo trovai al bar dell’ospedale, che sorseggiava un caffè. Gli dissi che avevo da parlargli. Ci sedemmo a un tavolino e gli spiegai come mi sentivo. Nonostante la mia sicumera, avevo dimostrato all’atto pratico che tutte le mie conoscenze teoriche non mi erano servite. Come avrei potuto fare il medico se non ero riuscito a riconoscere una malattia di cui sapevo a memoria i sintomi e i segni per averla studiata sui libri mille volte? Dissi che non mi sentivo pronto a fare il medico. Mi sarei trovato da solo di fronte a un paziente che riponeva in me una fiducia cieca e non avrei potuto contare su nessuno. Sarebbe stata una cosa ben diversa rispetto a quello che avevo visto in ospedale, dove potevo fare affidamento sui consigli e sulla supervisione di medici esperti, subito pronti a suggerirmi una manovra o la richiesta di un esame, l’uso di un farmaco invece di un altro. Mi ricordai che una volta avevo visitato un paziente che mostrava delle lesioni cutanee e io avevo diagnosticato un’orticaria per la quale avrei prescritto del cortisone, mentre in realtà si trattava di un herpes zoster e la cura da me suggerita avrebbe potuto anche essere dannosa.
L’assistente mi ascoltava serio mentre finiva il caffè, poi accennò a un sorriso e mi tranquillizzò. Mi disse che, a suo tempo, anche lui aveva avuto gli stessi dubbi e le stesse incertezze e che con la pratica avrei potuto affrontare il lavoro con più sicurezza. Ma una cosa doveva essermi ben chiara: avrei sbagliato molto, da alcuni errori avrei imparato, altri avrei continuato a compierli. E soprattutto avrei dovuto accettare il fatto che la medicina è una scienza complessa e incerta, piena di cose che non sappiamo, che spesso procede per tentativi. Gli dissi che finora nessuno mi aveva mai accennato a difficoltà del genere, che studiando sui libri e sentendo i docenti parlare con dottrina alle lezioni, mi ero fatto l’idea che sapendo le cose e la teoria non avrei incontrato difficoltà. L’assistente mi raccontò di una sua esperienza quando era appena laureato. Era stato chiamato di notte dal Pronto Soccorso per un paziente che lamentava una forte vertigine.
Si trattava di un uomo di circa settant’anni che era in terapia con dei farmaci per la pressione alta e per il diabete. Si era in agosto e faceva molto caldo. L’assistente aveva visitato l’uomo e riscontrando una pressione arteriosa un po’ bassa aveva pensato che quella fosse la causa delle vertigini. L’aveva tranquillizzato rimandandolo a casa e consigliandogli di ridurre le dosi delle pastiglie per la pressione. Gli aveva detto che siccome faceva molto caldo, spesso può succedere che la pressione si abbassi troppo. In questi casi basta ridurre la terapia o qualche volta sospenderla. Due giorni dopo in reparto l’assistente vide ricoverato quello stesso paziente. Si informò dalla caposala e venne a sapere che si era ripresentato in Pronto Soccorso perché aveva avuto un episodio di ematemesi, aveva vomitato sangue. Insomma aveva una emorragia digestiva causata da un farmaco antinfiammatorio che aveva comprato in farmacia per un dolore alla schiena. Mentre mi spiegava questa sua esperienza, l’assistente mi disse che quella notte in Pronto Soccorso avrebbe dovuto essere meno frettoloso e forse sarebbe arrivato a capire qual era la causa delle vertigini. L’assistente si alzò, mi sorrise di nuovo e mi augurò buona fortuna per la seduta di laurea.
Quella confessione dell’assistente non mi tranquillizzò per nulla e accrebbe i miei timori per il futuro. Mi ripromisi di accrescere i miei sforzi, di esercitarmi di più e di studiare continuamente. Non volevo che a causa di una mia mancanza qualcuno potesse soffrire né causare, seppur involontariamente, la morte di nessuno.
Ai primi di settembre si tenne la sessione e mi laureai a pieni voti. Tutti mi facevano i complimenti e mi predicevano una brillante carriera di medico. Ma io continuavo a nutrire dubbi. Poco dopo sostenni l’esame di stato e alla fine di dicembre mi sposai. Passai l’anno seguente a fare pratica presso un reparto di medicina interna e a visitare i bambini delle scuole come medico scolastico incaricato da alcuni comuni di fare le visite preventive. Infine ricevetti la cartolina per il servizio militare che, in qualità di studente, avevo potuto rimandare. Passai tre mesi a Firenze alla scuola ufficiali e divenni sottotenente medico. Completai il servizio militare e finalmente potei aprire l’ambulatorio come medico di famiglia in un piccolo paese ai piedi dei colli. Fui fortunato perché il medico che c’era da tanti anni stava andando in pensione e così, quasi subito, acquisii molti pazienti. Non era un paese grande, aveva poco più di duemila abitanti. L’ambulatorio era del comune, arredato con mobili vecchi e un po’ consunti dal tempo e dall’uso. Ma aveva i suoi pregi: una grande sala d’attesa, l’affitto che pagavo era basso, si trovava in una posizione strategica proprio al centro del paese. Vicino c’erano un parcheggio abbastanza spazioso, la farmacia e l’ufficio postale. Poco più in là stava la piazza con il bar, il negozio di alimentari, la banca e una grande chiesa dalla facciata in pietra bianca e con il campanile molto alto e stretto. Il cimitero era fuori del paese e ci si arrivava grazie a una strada fiancheggiata da pini e cipressi che attraversava i binari della ferrovia e dove c’era un passaggio a livello. A meno di un chilometro c’era anche la stazione dove, alla mattina, molti andavano per prendere il treno per recarsi al lavoro. Tutto intorno al paese campi di frumento e vigneti. Verso nord la pianura finiva e cominciavano i dolci pendii delle colline che sconfinavano all’orizzonte con cime rocciose quasi sempre innevate.
Presi l’abitudine di tenere un diario. Scrivevo in un quaderno dalla copertina rossa quello che mi era capitato durante la giornata, annotando i miei pensieri, i casi difficili o anche banali che avevo avuto la ventura di osservare, le sorprese di diagnosi a cui non avevo pensato, le emozioni che un paziente mi suscitava. Con il passare degli anni i quaderni divennero molti e si accumulavano nella mia libreria. Ora che sono vecchio e non esercito più da alcuni anni, ogni tanto spengo la televisione e al posto di un libro riprendo in mano quei diari, che mi ricordano eventi passati e che rappresentano tanto della mia vita. Qualche volta chiedo a mia moglie, se vuole sentire anche lei quello che scrivevo. Raramente dice di sì perché preferisce leggere un libro. A me invece piace, ogni tanto, rileggere quelle pagine e rivivere il tempo ormai andato. Capisco quello che può aver provato Proust quando scriveva il suo capolavoro. Era la madeleine che gli faceva rivivere la sua infanzia, a me è l’odore del diario. Odore di buono, che sa di tempi andati, di persone che non ci sono più, di sogni passati, alcuni realizzati, altri rimasti solo desideri, di emozioni e di speranze. In quelle pagine ritrovo me stesso.


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