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Inconscio e coscienza nelle decisioni: quando pensare meno aiuta a decidere meglio
Inserito il 07 marzo 2027 da admin. - psichiatria_psicologia - segnala a: facebook  Stampa la Pillola  Stampa la Pillola in pdf  Informa un amico  



Nel campo della psicologia cognitiva e della scienza delle decisioni esiste da tempo un dibattito molto interessante: quando dobbiamo affrontare decisioni complesse, è meglio riflettere attentamente su tutti gli elementi disponibili oppure, almeno in parte, “lasciare lavorare la mente” senza pensarci in modo esplicito?
Questa domanda, apparentemente semplice, tocca in realtà uno dei problemi più profondi della psicologia e delle neuroscienze: il rapporto tra coscienza e processi mentali non coscienti.
Un contributo importante a questa discussione è stato proposto da Loran F. Nordgren, Maarten W. Bos e Ap Dijksterhuis in un articolo pubblicato nel “ lontano” 2011 nel Journal of Experimental Social Psychology, intitolato “The best of both worlds: Integrating conscious and unconscious thought best solves complex decisions”.
In questo lavoro gli autori cercano di comprendere quale ruolo possano avere, nel processo decisionale, sia il pensiero cosciente sia quello inconscio, e se una combinazione dei due possa portare a decisioni migliori rispetto all’utilizzo di una sola modalità cognitiva.

Il punto di partenza dello studio è la cosiddetta Unconscious Thought Theory. Secondo questa teoria la mente umana può elaborare le informazioni attraverso due modalità principali.
La prima è il pensiero cosciente: il ragionamento deliberato e analitico che utilizziamo quando riflettiamo esplicitamente su un problema. In questa modalità la nostra attenzione è focalizzata sul compito e il processo decisionale segue spesso regole esplicite. Analizziamo le alternative, confrontiamo i pro e i contro e cerchiamo di arrivare ad una conclusione coerente.
La seconda modalità è il pensiero inconscio. In questo caso i processi cognitivi operano senza che l’attenzione cosciente sia direttamente rivolta al problema. Il cervello continua a elaborare le informazioni ricevute anche quando la mente cosciente è impegnata in altre attività.
Secondo i sostenitori di questa teoria, questi processi possono integrare simultaneamente una grande quantità di informazioni e generare una sorta di sintesi intuitiva che contribuisce alla decisione finale.


La questione centrale diventa quindi la seguente: quale di queste due modalità è più efficace quando dobbiamo affrontare decisioni particolarmente complesse?
Nordgren e colleghi partono dall’idea che i problemi caratterizzati da molte variabili possano mettere in difficoltà il pensiero puramente cosciente. Il ragionamento deliberato ha infatti una capacità limitata di elaborazione: possiamo mantenere attivamente nella memoria di lavoro solo un numero ristretto di elementi. Quando le informazioni da considerare diventano numerose, il pensiero cosciente tende a semplificare il problema o a concentrarsi su pochi aspetti ritenuti particolarmente rilevanti. Questo può essere utile in alcune circostanze, ma può anche portare a trascurare variabili importanti.
Il pensiero inconscio, invece, potrebbe avere una maggiore capacità di integrare molte informazioni contemporaneamente. Non essendo vincolato alla memoria di lavoro e all’attenzione focalizzata, potrebbe elaborare in parallelo diversi elementi della situazione decisionale.
Gli autori avanzano però una ipotesi ancora più interessante: non sarebbe il pensiero inconscio da solo a essere superiore, ma piuttosto la combinazione dei due sistemi.
In altre parole, le decisioni migliori potrebbero emergere quando il pensiero cosciente analizza inizialmente il problema e successivamente i processi inconsci contribuiscono alla sintesi finale.

Per verificare questa ipotesi i ricercatori hanno condotto una serie di esperimenti. Ai partecipanti venivano presentate informazioni relative a una scelta complessa, ad esempio la valutazione di diverse opzioni caratterizzate da numerosi attributi.
Successivamente i soggetti venivano assegnati a differenti condizioni sperimentali.
In una condizione i partecipanti dovevano riflettere consapevolmente sul problema per alcuni minuti prima di prendere la decisione.
In un’altra condizione venivano invece distratti con un compito non collegato al problema, come un’attività cognitiva semplice. Dopo questo intervallo veniva chiesto loro di effettuare la scelta.
L’idea alla base di questa procedura era che la fase di distrazione permettesse al cervello di elaborare le informazioni in modo non cosciente.
Una terza condizione sperimentale combinava le due fasi: prima un periodo di riflessione consapevole e poi una fase di distrazione.
I risultati degli esperimenti suggeriscono che la qualità delle decisioni tende a migliorare quando il pensiero cosciente e quello inconscio vengono utilizzati in sequenza.
In particolare, la combinazione più efficace sembra essere quella in cui una prima fase di analisi deliberata è seguita da un periodo durante il quale l’attenzione cosciente viene distolta dal problema.


Secondo gli autori, questo processo permetterebbe alla mente di integrare in modo più efficiente le diverse informazioni raccolte nella fase iniziale. Il pensiero cosciente identifica e organizza gli elementi principali del problema, mentre i processi inconsci contribuiscono alla loro integrazione.
Questo modello si inserisce in una tradizione teorica più ampia che distingue due modalità fondamentali di funzionamento cognitivo.
Un riferimento ormai classico è la distinzione proposta da Daniel Kahneman tra Sistema 1 e Sistema 2. Il primo è rapido, automatico e intuitivo; il secondo è lento, analitico e deliberativo.
La teoria del pensiero inconscio si colloca nello stesso panorama concettuale, ma introduce una sfumatura particolare: l’idea che alcuni processi cognitivi possano continuare a lavorare su un problema anche quando la nostra attenzione cosciente è impegnata altrove.

Nonostante l’interesse suscitato da questa teoria, la letteratura successiva ha sollevato diverse critiche.
Alcuni studi di replicazione e meta‑analisi non hanno sempre confermato l’esistenza di un vantaggio sistematico del cosiddetto “pensiero inconscio” nelle decisioni complesse.
Un altro punto riguarda la metodologia degli esperimenti. In alcuni casi si è osservato che le attività di distrazione utilizzate negli studi potrebbero semplicemente offrire una pausa cognitiva che favorisce la riorganizzazione delle informazioni in memoria, senza implicare necessariamente un vero processo di elaborazione inconscia.
Infine esiste una questione concettuale: che cosa intendiamo realmente per inconscio?
Nel contesto di questi studi il termine viene utilizzato in senso operativo, per indicare processi cognitivi che avvengono senza attenzione cosciente diretta. Questo uso non coincide necessariamente con il concetto di inconscio della tradizione psicoanalitica o di altre teorie psicologiche.

Nonostante questi limiti, l’articolo ha comunque il merito di evidenziare un aspetto importante del funzionamento mentale umano.
Le decisioni complesse raramente dipendono da un unico tipo di processo cognitivo. Piuttosto emergono da una interazione dinamica tra analisi deliberata e processi automatici.
Il pensiero cosciente è essenziale per definire il problema, raccogliere le informazioni e valutare le alternative. Tuttavia una riflessione eccessivamente analitica può talvolta diventare inefficiente quando il numero di variabili aumenta.
I processi intuitivi e automatici, invece, possono contribuire alla sintesi finale integrando molti elementi contemporaneamente. In questa prospettiva, il contributo più interessante dello studio non è tanto l’idea che l’inconscio sia superiore alla coscienza, quanto piuttosto la proposta che le decisioni migliori nascano dalla collaborazione tra i due sistemi.

Il messaggio finale potrebbe essere riassunto in modo semplice: nelle decisioni difficili è utile riflettere, ma non sempre è utile riflettere troppo a lungo.
Dopo aver analizzato il problema può essere vantaggioso concedere alla mente il tempo di riorganizzare le informazioni in modo meno controllato.In un certo senso la buona decisione nasce spesso da un equilibrio: prima pensare con attenzione, poi lasciare lavorare la mente.
Questa idea, apparentemente semplice, rappresenta in realtà una prospettiva affascinante sul funzionamento della cognizione umana e sul rapporto complesso tra coscienza e processi mentali non coscienti.




Riccardo De Gobbi


1) Nordgren L.F., Bos M.W. et Al.: The best of both worlds: Integrating conscious and unconscious thought best solves complex decisions Journal of Experimental Social Psychology March 2011















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