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LA NOSTALGIA È UN’ AMICA BASTARDA

Categoria : professione
Data : 19 agosto 2026
Autore : admin

Intestazione :

(Dai racconti del "Bar dello Zozzo")



Testo :

1 - UN AMICO, DI SERA

Nuvolari mi venne a trovare a casa, di sera. Stavo guardando un film in televisione, e francamente il campanello mi aveva scocciato non poco, perché stavo in uno dei punti più belli.
Mi scocciai un po' di meno quando mi accorsi che a suonare era stato Nuvolari, uno degli amici più amici, un veterano di Collerotto che, oltretutto, si vantava pure di avermi salvato la pellaccia quando ero stato investito di notte e lui mi aveva portato di corsa, sanguinante, in Ospedale correndo con la sua 500 come se fosse una Ferrari.
In realta’ la situazione non poi così grave ma io avevo apprezzato davvero molto la sua buona volontà e lui quel giorno, con quella eccezionale corsa spericolata, si era guadagnato il soprannome.
Mi guardò senza dire niente, con aria pensierosa. Mi chiesi cosa potesse avere, per venite inaspettato a quell’ ora.
“Posso entrare, Sachè, è troppo tardi?”
Capii che non era il caso di fare il difficile, feci un sorrisone, che nascose, sperai, la preoccupazione che sentivo nascere dentro di me.
“Entra, Nuvolà, non stavo facendo niente di particolare, le minorenni le ho appena fatte uscire dalla porta sul retro”.
Il sorriso troppo stentato che fece alla mia solita battuta mi fece capire che c’era qualcosa di serio.

Ci sedemmo sul divano e io spensi la televisione. Peccato, perché era il momento più commovente, quello in cui i protagonisti, pur amandosi alla follia, devono lasciarsi per prendere strade diverse. L’ avevo visto già due volte, ma cosa cambia? Mi dispiacque lo stesso.

“Sachè, ti ricordi che anni fa, prima di partire da Collerotto, ti ho affidato degli scatoloni da tenere in cantina? Dove andavo non c’era spazio, e poi c’era roba che volevo togliere da casa…”.
Ricordavo benissimo.
“Si, sono ancora in cantina. Ho dovuto difenderli dai predatori che volevano rubarli a tutti i costi “.
Niente da fare, le mie spiritosaggini non lo scalfivano neppure. Decisi di cambiare registro.
“Scusa, Nuvolà, ma che cosa c’è dentro di così urgente ed importante? Non prenderla a male, ma non potevano aspettare domani mattina?”.
“ Sì, anzi scusami, me ne vado, ho provato perché avevo bisogno una certa cosa”.
“ Ma piantala, non sono mica arrabbiato, sono solo preoccupato. Vado a prendere gli scatoloni, aspettami qui”.

La cantina era semplicemente uno stanzino posto sul retro della casa, ingombro di scaffali e di scatoloni. Con gli anni si erano stratificate un sacco di cose, utili o inutili, che ormai formavano un viluppo inestricabile. Non fu facile trovare gli scatoloni di Nuvolari, erano finiti in basso, sotto il mucchio, ma cosa non si fa per un amico? Alla fine ne avevo trovati tre, di misura e forma variabile, dalla scatola da scarpe alla scatolone di cartone.
Ansimando, riuscii a portarle tutte in soggiorno, e li posai vicino al divano.
Nuvolari li guardò, assorto.
“Posso aprirle qui, Sachè? – esitò – se non ti scoccia…”.
“ Ma no, anzi - pazienza, tanto il divano era da ripulire! – così mi levo pure la curiosità”.

NOSTALGIA BASTARDA 2 – IL MISTERO DEGLI SCATOLONI
A dire la verità quella faccenda degli scatoloni mi aveva preoccupato non poco all’ inizio, e più volte avevo avuto la tentazione di aprirli per vedere cosa c’era dentro. La parte diffidente della mia mentalità mi continuava a suggerire: “ E se contengono roba illegale che lui non vuole tenere in casa? Se c’è magari una pistola, o qualche etto di cocaina? Chi glielo spiega poi a Parrocchi che tu non c’entri niente?”.
Però mi ero vergognato di questa sfiducia nei confronti di un amico, e non li aprii, pensando anche che poi se ne sarebbe accorto; mi accontentai solo di qualche verifica “indiretta”.

Portai gli scatoloni alla clinica “Sanatutti” un paio di chilometri più in là. Lì, in radiologia, ci lavorava Carletto, uno dei figli di Cesira, come tecnico radiologo. Arrivai in piena notte ed entrai dal cancello posteriore dei fornitori.
Il guardiano di turno era Mariano, noto per passere la maggior parte del tempo addormentato in guardiola, svegliato ad intervalli da un timer che gli indicava l’ orario del giro di controllo.
Seguendo dei corridoi secondari Carletto mi aiutò a portare i pacchi in radiologia, li mise sotto l’ apparecchio della videoscopia. Risultato (e qui tirai un sospiro di sollievo) niente pistole, né ordigni metallici sospetti, solo una serie di pacchetti e un po’ di scatolette la cui natura però non era determinabile con i raggi X.
Mi ripresi gli scatoloni con il cuore più leggero, però rimaneva la domanda: cosa contenevano quei pacchetti?
Li lasciai in macchina, e il giorno dopo andrai a trovare Papavero.

Papavero (il soprannome lo indicava chiaramente) aveva un lungo passato come cultore e intenditore di derivati stupefacenti. Era molto abile ed era riuscito per un bel po’ a non farsi beccare finché nel corso di una perquisizione era stato fregato da Pisolo.

Pisolo, a quanto si diceva, era un cane, ma gli incroci multipli dei suoi antenati avevano reso impossibile determinarne la razza. Si intuiva solo che fosse un cane, e si pensava che avesse dei segugi tra gli antenati dato che aveva sempre dimostrato un fiuto eccezionale.
Era una bestia buona, sempre pronta a farsi un pisolino vicino al padrone, che non mollava neanche un momento, e fu così che si abituò a riconoscere l’ odore di quella robetta che piaceva tanto al padrone e che Papavero nascondeva qua e là per casa.

Un giorno, nel corso di una casuale visita da parte dei Carabinieri, Pisolo si era messo a scodinzolare insistentemente davanti ad un battiscopa mal incollato alla parete dove evidentemente il padrone aveva dimenticato qualcosa. Un milite si era incuriosito, aveva staccato il battiscopa e aveva trovato la scorta segreta di Papavero. Lui si fece un po' di galera, Pisolo venne temporaneamente adottato dalle Canarine, il Sachem ogni tanto se ne serviva per valutare certa roba sospetta.

Mentre Papavero e il Sachem scambiavano quattro chiacchiere Pisolo girava intorno alla macchina, entrò dallo sportello rimasto casualmente aperto e si mise ad annusare i pacchi. Però non ci fu nessuna reazione sospetta. Sembrava proprio che roba del genere non ce ne fosse.
“ So’ contento de avette trovato a casa, Papavero! È tutto a posto?”
“ A postissimo, Sachè! Da quando Parrocchi mi ha fatto un certo discorsetto m’è toccato mollare la roba, se no mi ha giurato de famme fa’ l’ ergastolo. Ora sono pulitissimo, non tratto più quella roba lì!”
Lo guardai con uno sguardo complice e un sorrisetto incredulo. Sapevo benissimo che l’ esperienza era servita solo a insegnargli ad essere più attento e più furbo, e immagino che lo sapesse pure Parrocchi.
La cosa importante per me in quel momento, comunque, era che le scatole risultavano “pulite”.

Tornai a casa e, un po’ vergognoso per non essermi fidato di un amico ma anche più leggero e rassicurato, portai le scatole in cantina, le misi nell’ angolo in fondo, in basso, e me ne dimenticai per anni.
Fino a quella sera…

NOSTALGIA BASTARDA 3 – UN MISTERO SVELATO
Nuvolari guardò le scatole coperte di polvere. Esaminò le corde che le chiudevano con nodi complicati tenuti serrati da una roba che sembrava una specie di ceralacca trasparente, e mi guardò un po’ meravigliato
“ Sachè, ma come hai fatto a tenertele senza aprirle? Non hai pensato che poteva esserci roba pericolosa? Però non c’è dubbio, non sono state aperte”
“ Nuvolà, stai tranquillo! Te lo avevo promesso ed io, lo sai, mantengo sempre le promesse. Però sai pure che ho i miei metodi segreti…”.
Fece l’ aria perplessa, poi scrollò le spalle e cominciò a sciogliere i nodi.

Dalla prima scatola tirò fuori una serie di agende, diari, diplomini scolastici, alcune foto scattate durante il CAR, all’ inizio del servizio militare. C’erano le foto in bianco e nero dei genitori di Nuvolari che passeggiavano sorridenti sotto il sole romano, due giovani snelli, felici, molto diversi dalla coppia attempata, contegnosa e un po’ sovrappeso che avevo conosciuto io.
La seconda scatola conteneva un orologio d’acciaio (me l’ ha lasciato mio padre, Sachè), un paio di gemelli da polsino (evidente regalo da Comunione) una catenina con una chiavetta e altra robetta del genere.
C’erano anche alcuni vecchi indumenti, strani per una scatola dei ricordi: un berretto di lana, un foulard, una maglietta di una squadra di calcio, una serie di dischi di vinile a quarantacinque giri, tutti risalenti a diversi anni fa.
Dalla terza scatola, quella più piccola, tirò fuori un’ agenda simile a quelle già estratte dalla prima, un fascio di lettere tenute insieme da un elastico che col tempo si era seccato e spezzato, e un altro pacchetto di fotografie.
Mi accomodai per poter vedere meglio. In cima c’erano un po’ di foto dei tempi della scuola: tutti impettiti nel giardino, schierati dietro le sedie degli insegnanti. Ci indicammo a vicenda, ricordando anche i nomi dei compagni, in parte dimenticati o perduti in giro per il mondo, qualcuno ritrovato. C’era anche Norina, che avevo amato appassionatamente ma cui non avevo mai avuto il coraggio di confessarlo; ma è un’ altra storia.
Poi c’erano foto sparse: vacanze, viaggi, Nuvolari che agitava trionfante un bambolotto vinto al tirassegno, Nuvolari sul motorino con una ragazza seduta sul sedile posteriore, entrambi ridenti felici. C’erano anche delle foto che sembravano fuori contesto: una ragazza bruna, che non ricordavo di conoscere, che guardava l’ obiettivo ridendo, o che stava fingendo di pilotare un motoscafo.

Poi una foto che Nuvolari fissò e cercò di mettere via in fretta ma che gli strappai dalle mani “Fammi vedere: pagamento dei diritti di custodia”.
Lui cercò di riprenderla, poi si arrese. Io la esaminai con attenzione, sembrava la stessa ragazza del motoscafo, anche se più vecchia di diversi anni; era in una stanza un po’ anonima, e guardava con un sorriso timido e un po’ spaventato l’ obiettivo.
“ Chi è? “ Chiesi.
Lui esitò poi finalmente con un sospiro si decise.
“ È Marianna, il grande amore e il grande errore della mia vita”
“ Non capisco, amore od errore? Non mi sembrano cose che vadano bene insieme”.
“ È complicato, Sachè, è complicato…”.
E siccome io tacevo continuando a fissare alternativamente lui e la foto, si decise
“ Marianna è stata la mia prima ragazza “vera” “.
Continuavo a guardarlo senza parlare, e lui continuò
“ Sachè, tutti noi abbiamo avuto dei momenti cruciali nella vita, dei momenti in cui il destino ci mette davanti a dei bivi, e noi sappiamo che la scelta di una o l’ altra strada ci porterebbe a delle vite completamente diverse. Bé, Marianna è stato il mio bivio cruciale.
Vedi io appena finita l’ università ero andato a lavorare come consulente in una grande azienda, avevo un buono stipendio e mi ero fidanzato con una compagna di liceo.

Poi un giorno, alla macchinetta del caffè, ho incontrato Marianna.

E’ inutile entrare nei dettagli, tanto sono storie che si sentono continuamente: fu un colpo di fulmine che solo chi l’ ha provato può capire. Colpì tutti e due, un amore appassionato che ci fece perdere la testa. Facemmo l’ amore la prima volta sull’ erba, in un angolo disabitato di campagna, vicino ad un ruscello, e restammo abbracciati ad ascoltare gli uccellini che sembrava si fossero dati appuntamento lì per festeggiare con noi. Quella fu la prima volta, ma non fu l’ ultima: come in preda alla febbre continuammo ad incontrarci, di solito in qualche motel, per non farci scoprire dai colleghi di lavoro.
Solo che io ero stato sleale: non le avevo detto nulla della compagna di liceo; quando mi decisi, Marianna mi guardò sconvolta e se ne andò senza voltarsi indietro.

“ Bello scherzo! Però eri ancora in tempo per rimediare”.
“ Non lo feci. Mi convinsi che tra me e Marianna fosse tutto finito però, siccome mi vergognavo di me stesso e non sopportavo l’ idea di incontrarla ancora sul luogo di lavoro, mi feci trasferire e andai a lavorare in un’ altra città.”.
“ Nuvolà, a me piacciono le storie brevi, vogliamo arrivare al punto?”
“ Bè, si fa presto: dopo un paio d’ anni mi ritrasferirono alla sede di Roma e qui incontrai nuovamente Marianna. Sachè, io avevo temuto quest’ incontro, pensavo che mi odiasse per averla presa in giro, ma quando ci siamo guardati negli occhi ci siamo accorti che quel periodo era come se non fosse passato. Ci amavamo ancora, Sachè, facevamo l’ amore nel magazzino delle fotocopie, negli spogliatoi, perfino nell’ ascensore, come nei film. Solo che le cose erano cambiate: eravamo sposati tutti e due! Ma l’ attrazione era troppo forte! Così prendemmo l’ abitudine di vederci in un alberghetto accogliente lì vicino”.

“ Continuo a non capire. Mi sembra una storia come tante…”

“ Dopo qualche mese la Direzione decise di promuovermi e di ritrasferirmi in un’ altra città. Stavolta cercai di fare resistenza, non volevo lasciarla per la seconda volta, ma non ci fu niente da fare. Ci siamo lasciati tra le lacrime, ma con una promessa: una volta l’ anno, quando i dirigenti come me si riunivano a Roma per i rendiconti, noi ci saremmo incontrati in quell’ alberghetto, per stare insieme, almeno un giorno.”.

“ Ci hanno fatto dei film, mi sembra, con storie del genere…”.

“ Sì, però la nostra è una storia vera. Io le telefonavo qualche giorno prima, lei inventava qualche scusa, e ci vedevamo in albergo. Facevamo l’ amore tutto il giorno, con tutta la nostra passione. Ma non era solo sesso: ci facevamo le coccole, ci raccontavamo tanti particolari dell’ anno trascorso che non avevamo potuto raccontarci al telefono, dormivamo insieme come se fossimo riusciti a tornare indietro per una scelta diversa e fossimo marito e moglie. Proprio con questo spirito, senza neanche rendercene conto, prendemmo una certa abitudine”.

“ E mò che ve siete inventati?”.

“ Bè, prendemmo l’ abitudine, ogni volta, di scrivere ciascuno di noi un bigliettino, un “pizzino”, come dicono in Sicilia, con la data di quel giorno e le cose che in quel momento erano importanti per noi, da conservare per sempre in una “scatola dei ricordi”. Poi facemmo di più: comprai una Polaroid, una di quelle macchinette a sviluppo immediato, e facevamo una o due fotografie, da conservare insieme ai pizzini.
Sachè, questa storia e’ andata avanti un sacco di anni, e noi ridevamo confrontando le fotografie, il nostro abbigliamento, la comparsa delle rughe e dei segni dell’ età che comparivano un poco per volta ma che però non influivano per niente sui rapporti tra di noi. Facevamo un po’ meno l’ amore e un po’ più coccole, forse, ma tutto e’ rimasto nella nostra scatola, insieme alle foto dei figli che nel frattempo erano nati e cresciuti, e che amavamo a vicenda, come se fossero tutti figli nostri”.

“ E, dato che il Sachem è molto intelligente, deduco che questa scatola sia tra la roba che mi avevi dato da custodire quando ti hanno mandato all’ estero”.
“ Proprio così. E’ questa”.

E Nuvolari estrasse dallo scatolone piu’ grande una scatola di latta come quelle di una volta, vendute piene di caramelle e che, una volta vuote, venivano usate da bambini come salvadanaio, con la fessura sul coperchio e un lucchettino molto elementare che la teneva chiusa. Prese una chiavetta dalla catenina contenuta nella prima scatola, e l’ aprì.
Esplosero fuori, compressi, un sacco di bigliettini piegati e alternati alle foto, e si sparsero su divano. Mi caddero sotto gli occhi alcune foto cadute con l’ immagine verso l’ alto: era sempre la stessa bella donna bruna, in una stanza d’ albergo, a volte vestita, a volte coperta solo dal lenzuolo, ma sempre con gli occhi accesi e uno sguardo indubitabilmente innamorato. Qualche foto era più osé ma queste Nuvolari si affrettò a toglierle di mezzo.
Lessi un paio di pizzini (di lei, ché quelli di Nuvolari non mi interessavano): qualcuno brevissimo, qualcuno si diffondeva di più, uno conteneva una breve poesia d’ amore, ma tutti esprimevano un sentimento profondo, immortale.

Nuvolari se ne stava seduto, guardandomi immerso nei suoi pensieri.
“ Nuvolà, ma perché oggi sei venuto a prenderti ‘sta roba?”
Mi ha guardato negli occhi, con un sospiro:
“ Sachè, Marianna sta male e deve essere operata domani mattina o dopodomani. E’ una specie di tumore che inizialmente è localizzato e asportabile ma lasciato a sé si diffonde in modo gravissimo, fatale. Non è chiaro lei in quale stadio si trovi e l’ intervento potrebbe essere molto invasivo. Mi ha telefonato pregandomi quindi, qualora morisse, di far sparire le tracce della nostra storia perché non vuole che la famiglia, e soprattutto i figli, ne vengano a sapere qualcosa. Però mi ha chiesto di farle avere uno dei miei pizzini perché è sicura che le porterebbe fortuna. Allora ho lasciato tutto e sono corso qui a Roma.
Ora, se tu mi aiuti, distruggerò le fotografie tenendomene solo una innocente, per ricordo, e distruggerò i suoi pizzini – si interruppe un attimo – tranne qualcuno troppo bello per distruggerlo, ma per fortuna sono quasi tutti anonimi. Adesso andrò a trovarla con una scusa e le passerò sottobanco il mio biglietto portafortuna, e poi andrò da Don Bartolo, per una messa. Lo farò alzare dal letto, ma spero che mi perdonerà…”.

Non mi pareva giusto che quelle testimonianze di un amore così intenso venissero distrutte finendo in niente.
“ Nuvolà, tu vai a trovarla, falle coraggio, poi vai da Don Bartolo che magari aiuta davvero, non si sa mai, poi torna qui e aspettiamo insieme le novità. Dopo deciderai tu cosa vuoi che faccia dei tuoi ricordi”.

NOSTALGIA BASTARDA 4 – UNA LUNGA, LUNGA NOTTE
A differenza del mio tono un po’ sfottente, dentro ero addolorato al pensiero della storia di Marianna e di Nuvolari e, benché io non sia molto osservante mi sorpresi a recitare dentro di me una preghiera.
Cercammo di rimettere tutto nella scatola, pigiando forte, ma la massa dei bigliettini e delle fotografie sembrava dotata di vita propria e continuava a sfuggire fuori mentre Nuvolari tentava di richiudere col lucchettino. Gli fermai la mano “Più tardi” dissi. Poi ci abbandonammo sul divano, chiacchierando dei vecchi tempi ma il discorso tornava sempre sulla storia di Marianna e Nuvolari. Lui piano piano si stava rilassando e si faceva sfuggire ogni tanto qualche particolare in piu’.
Mi parlò (poco, però) dei rispettivi coniugi (“Sachè, te lo giuro, la nostra storia ci faceva sentire in colpa, e così eravamo ancora più affettuosi con loro. Mai li abbiamo fatti soffrire!”).
Mi spiegò che i dischi in 45 giri facevano parte dei regali che si facevano vicendevolmente, e le dediche scritte sulle copertine ne facevano comprendere lo spirito.

Poi si decise di raccontarmi veramente tutto. Prese l’ agenda a molla contenuta nella scatola e l’ aprì.
“ Cos’è?” Chiesi io, anche se mi sembrava di intuire qualcosa.
Lui me la porse:
“ Sai Sachè, per un certo periodo ci sembrò troppo poco vederci una volta l’ anno, e allora facemmo un accordo: ciascuno di noi avrebbe tenuto un diario, molto sintetico, delle cose più importanti accadute durante l’ anno. Il giorno dell’ incontro ce le saremmo scambiate, le avremmo lette e poi conservate insieme in questa agenda. Così avremmo l’ impressione di averlo vissuto insieme, quell’ anno, e nulla sarebbe poi andato perso…”.

Sfogliai rapidamente quel diario. Scritte con calligrafie alternate lessi delle loro vicende, del lavoro, delle famiglie, delle cose piccole ma importanti che riempiono la vita di ciascuno di noi. Lessi i progressi dei figli, e ogni tanto perfino io, leggendo le note di lui e di lei, avevo quasi l’ impressione che si trattasse di un’ unica famiglia.
Passammo la notte a chiacchierare dei vecchi tempi. Io crepavo dal sonno ma non me la sentivo proprio di andarmene a letto lasciandolo solo.
Quella notte consumammo una quantità enorme di caffè e ci lavammo più volte il viso con l’ acqua fredda. Rimanemmo lì, a passeggiare avanti e dietro per il soggiorno, fino alla mattina inoltrata.
Arrivò una telefonata ma non era quella che aspettavamo: Annabella mi chiedeva un po’ preoccupata come mai non fossi andato a far colazione con lei, come al solito. Poi telefonò pure Bruno, ufficialmente solo per informarmi della partitina a poker organizzata per la sera. Cercai di sbrigarmela in fretta e rimasi lì, con Nuvolari, in attesa della telefonata che ci avrebbe informati e avrebbe segnato il suo destino e quello di Marianna.

Arrivò solo in tarda mattinata. Una buona telefonata, per fortuna, che ci lasciò felici e stremati dall’ attesa.

Nuvolari era sconvolto e distrutto dalla lunghissima attesa. Rimise tutto nelle scatole e le richiuse alla meglio col nastro adesivo, tanto ormai il contenuto mi era noto.
“ La riunione aziendale di questo anno si terrà tra un paio di mesi – mi disse alla fine – Magari Marianna si sarà rimessa, magari potremo vederci ancora, e se non sarà al solito alberghetto, ci vedremo da qualche altra parte, magari al bar, o al ristorante. Sachè – una pausa di riflessione - ho riflettuto davvero tanto, stanotte: non c’è bisogno per forza di andare a letto insieme, l’ importante è tenere l’ altra persona nel cuore, e sapere che anche lei ti conserva dentro di sé.
Sachè, conservamela tu la mia scatola dei ricordi, e scusami se qualche volta ti verrò a trovare per rivangare ancora i vecchi tempi. Magari anche tu, tanto per pareggiare, potresti parlarmi delle tue vecchie storie, non ne senti, qualche volta, la nostalgia?”
“ La sento, Nuvolà, la sento, e stanotte mi sono venuti su certi ricordi che mi hanno fatto impazzire. Ho fatto errori a non finire, ho rimpianti, anch’ io e come te ho delle persone che non potrò mai dimenticare, solo che non voglio abbandonarmi alla nostalgia.
La nostalgia, Nuvolà, è un’ amica bastarda, tinge di rosa tutti i tuoi ricordi e li rende bellissimi, magari ti fa sembrare il passato tutto bello e può farti dimenticare gli errori passati però può farti sentire scontento di quello che hai adesso. E io invece voglio conservare in me il buono di tutto, del vecchio ma anche del nuovo.
Ci sto provando da tanto tempo, Nuvolà, magari prima o poi ce la faccio. Sono contento che tu sia venuto da me, mi hai aiutato a sentirmi un po’ più in pace.
Dammi retta, amico, continuiamo a provarci insieme…”.


“Noi, quelli del Bar dello Zozzo” –
Daniele Zamperini – 2020
Matite di Roberta Floreani



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stampato il 18/08/2026 alle ore 15:54:10