 Ictus cerebrale - 6
Categoria : neurologia
Data : 18 giugno 2026
Autore : admin
Intestazione :
Questo articolo fa parte di una serie dedicata all’ictus cerebrale. Dopo aver visto le indicazioni alla trombolisi endovenosa e alla trombectomia oggi esamineremo le altre misure terapeutiche nella fase acuta e subacuta dell'ictus ischemico e la sua prevenzione secondaria.
Questi gli articoli già pubblicati:
• La distinzione tra ictus ischemico ed emorragico (http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=9060) • La classificazione dell'ictus ischemico (http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=9061) • Il work up diagnostico dell'ictus ischemico (http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=9062) • La terapia in acuto dell'ictus ischemico: trombolisi endovenosa e trombectomia (http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=9063) • La nuova frontiera: la trombolisi locoregionale associata alla trombectomia (http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=9064)
Testo :
Terapia generale immediata
• Vie aeree, respirazione, ossigenazione - L'ostruzione delle vie aeree è un rischio reale nell'ictus con compromissione del sensorio. - La valutazione del livello di coscienza con la scala di Glasgow è il primo atto. Un GCS ≤ 8 impone o la perdita dei riflessi di protezione delle vie aeree richiedono l'intubazione orotracheale, non per automatismo ma perché la protezione delle vie aeree è prioritaria. - L'obiettivo di saturazione è SpO₂ > 94%: la supplementazione di ossigeno è indicata solo se necessaria, se eccessiva non è priva di effetti negativi sul tessuto cerebrale ischemico.
• Controllo della pressione arteriosa - La gestione della pressione arteriosa nell'ictus acuto è uno degli aspetti più controintuitivi per chi non si occupa quotidianamente di patologia cerebrovascolare. L'ipertensione che si osserva frequentemente all'ingresso in PS è spesso reattiva – una risposta fisiologica del cervello che cerca di mantenere la perfusione nel territorio ischemico attraverso le collaterali. Abbassarla aggressivamente senza criterio può paradossalmente estendere l'area di infarto. - Target: candidato alla trombolisi: < 185/110 mmHg prima della trombolisi; non candidato alla trombolisi: < 220/120 mmHg; post-trombectomia con successo: in caso di ricanalizzazione efficace si tende a target più restrittivi secondo protocollo di Stroke Unit; ipotensione: correggere immediatamente - Farmaci IV utilizzati: labetalolo, urapidil, nicardipina. Evitare calcio-antagonisti sublinguali (abbassamento brusco e incontrollato).
• Controllo della glicemia - Sia l'iperglicemia che l'ipoglicemia peggiorano l'outcome neurologico nell'ictus acuto - Il target glicemico raccomandato è 140-180 mg/dL. - L'ipoglicemia (< 60 mg/dL) va corretta immediatamente anche perché può mimare clinicamente un ictus e deve essere esclusa prima di ogni altro accertamento. - Un emoglucostest al letto del paziente è obbligatorio nei primissimi minuti. - L'HbA1c, che verrà dosata nel contesto del work-up più completo, fornirà informazioni sul controllo glicemico cronico e sul rischio vascolare sottostante.
• Controllo della temperatura corporea - La febbre aumenta il metabolismo cerebrale e aggrava l'ischemia. - La normotermia (< 37,5°C) deve essere mantenuta attivamente. - Qualsiasi causa di febbre va ricercata e trattata: la polmonite ab ingestis è una complicanza frequente nelle prime ore per disfagia o ridotto livello di coscienza. - Il paracetamolo è il farmaco di prima scelta per il controllo della temperatura.
• Posizionamento e nursing precoce - Il paziente con ictus deve essere posizionato con la testa a 0-30° rispetto al piano del letto, comunque in base a stato neurologico e rischio di aspirazione: la posizione piana favorisce la perfusione cerebrale nell'ischemia, mentre una leggera elevazione può ridurre la pressione intracranica nell'emorragia. - La decisione sul posizionamento ottimale va quindi contestualizzata al tipo di ictus una volta nota la diagnosi TC. - In ogni caso, la prevenzione delle lesioni da pressione, la protezione delle vie aeree dalla broncoaspirazione e il monitoraggio della deglutizione devono iniziare immediatamente.
Se la causa è la fibrillazione atriale: la terapia anticoagulante
• Nei pazienti con fibrillazione atriale documentata, la terapia anticoagulante orale è il cardine della prevenzione. • I nuovi anticoagulanti orali diretti – apixaban, rivaroxaban, dabigatran ed edoxaban – sono oggi la scelta preferenziale rispetto al warfarin perché hanno un profilo di sicurezza migliore, in particolare per quanto riguarda il rischio di emorragia intracranica rispetto al warfarin, e non richiedono il monitoraggio periodico dell'anticoagulazione. • Il warfarin rimane terapia di scelta nelle valvulopatie mitraliche reumatiche moderate-severe e nelle protesi meccaniche • Essenziale decidere il momento ottimale per iniziare l'anticoagulante dopo un ictus ischemico. • Le linee guida attuali suggeriscono una regola basata sulle dimensioni dell'infarto, spesso sintetizzata nella regola "1-3-6-12": un attacco ischemico transitorio (nessun infarto) può essere anticoagulato il giorno 1; un infarto piccolo al giorno 3; un infarto di medie dimensioni al giorno 6; un infarto esteso al giorno 12-14. Si tratta di uno schema empirico utilizzato nella pratica clinica, da adattare al quadro radiologico e al rischio emorragico individuale • Questi sono orientamenti pratici che il team ospedaliero modula sulla base del quadro clinico individuale • Il medico di famiglia ha il compito di monitorare la compliance all'anticoagulazione nel tempo. • Nei casi in cui l’anticoagulazione debba essere ritardata per rischio emorragico elevato, non è raccomandato il bridging con eparina a dosi terapeutiche per il rischio di trasformazione emorragica dell’infarto. L’uso dell’aspirina come terapia ponte deve essere valutato caso per caso in base al rischio ischemico ed emorragico. • L’eparina sottocutanea a dosi profilattiche serve invece per la prevenzione della trombosi venosa profonda. • La decisione finale sul timing e sulla terapia ponte spetta allo stroke team in base al quadro clinico individuale. L’obiettivo è ridurre il rischio di recidiva ischemica mantenendo il rischio emorragico entro limiti accettabili, in un equilibrio dinamico che varia nei primi giorni dopo l’evento.
Se la causa è aterosclerosi o malattia dei piccoli vasi: la terapia antiaggregante
• Nell'ictus non cardioembolico – da aterosclerosi dei grossi vasi o da malattia dei piccoli vasi – il trattamento di prevenzione si basa sull'antiaggregazione piastrinica. • L'acido acetilsalicilico a basso dosaggio (75-100 mg al giorno) rimane il farmaco di riferimento. Il clopidogrel (75 mg al giorno) è un'alternativa efficace e preferita in alcuni sottogruppi, ad esempio nei pazienti con ictus aterotrombotico o con intolleranza all'acido acetilsalicilico. • Nella fase immediatamente successiva all'ictus ischemico minore o all'attacco ischemico transitorio, le linee guida raccomandano una duplice antiaggregazione transitoria (DAPT) con acido acetilsalicilico e clopidogrel per un periodo di 21 (fino a 90 giorni in sottogruppi selezionati, ad esempio stenosi intracranica sintomatica), seguita poi da monoterapia a lungo termine. Questa strategia ha dimostrato di ridurre significativamente il rischio di recidiva precoce, che è massimo nelle prime settimane dopo l'evento. È importante che il medico di famiglia sia consapevole di questa indicazione temporanea per non sospendere prematuramente la duplice terapia né prolungarla eccessivamente, aumentando il rischio emorragico. • Quando non fare DAPT: rischio emorragico elevato, ictus esteso, trasformazione emorragica dell'ictus ischemico.
Le statine: un trattamento per tutti
• Indipendentemente dall'eziologia e dai valori basali di colesterolo, tutti i pazienti con ictus ischemico devono ricevere una statina ad alta intensità, tipicamente atorvastatina 40-80 mg al giorno o rosuvastatina 20-40 mg al giorno. • Intensificare la terapia antidislipidemica se evento su terapia già in corso • Il trattamento va iniziato precocemente non appena il paziente è in grado di assumere terapia orale. • L'obiettivo è ridurre il colesterolo LDL al di sotto di 70 mg/dL, e al di sotto di 55 mg/dL nei pazienti ad altissimo rischio. • Le statine non agiscono soltanto abbassando il colesterolo: hanno effetti pleiotropici di stabilizzazione della placca aterosclerotica, riduzione dell'infiammazione endoteliale e modifica della composizione della placca che le rendono efficaci anche in assenza di iperlipidemia franca.
La stenosi carotidea
• Nei pazienti con ictus o attacco ischemico transitorio nel territorio carotideo e stenosi ipsilaterale significativa sintomatica correlata all’ictus e identificata all'ecodoppler (screening) e all'angioTC/angioRM (decisione chirurgica) la rivascolarizzazione carotidea – tramite endoarteriectomia chirurgica o stenting – riduce il rischio di recidiva. • Il beneficio è tanto maggiore quanto più elevato è il grado di stenosi: nelle stenosi superiori o uguali al 70% del lume la riduzione del rischio assoluto è massima, intermedio per stenosi 50-69%, mentre nelle stenosi inferiori al 50% il trattamento medico ottimale può essere sufficiente. • Il medico di famiglia ha un ruolo importante nell'inviare tempestivamente allo specialista il paziente con stenosi carotidea significativa di recente scoperta: il beneficio dell'intervento è massimo nelle prime due settimane dall'evento neurologico ma idealmente prima possibile (48 h–7 giorni in casi selezionati), dopo stabilizzazione del paziente.
Ictus criptogenetico (o “di origine indeterminata)
• Nei pazienti con ictus ischemico in cui il work-up iniziale non identifica una causa (ictus criptogenetico o embolico di origine indeterminata), la gestione si basa su prevenzione secondaria standard (statina, controllo fattori di rischio, antiaggregante) e su un approfondimento diagnostico mirato. • In particolare è fondamentale la ricerca di fibrillazione atriale parossistica con monitoraggio cardiaco prolungato (Holter prolungato o loop recorder impiantabile nei casi selezionati), poiché una quota significativa di questi pazienti ha un’origine cardioembolica non documentata.
Il forame ovale pervio: quando chiuderlo
• La gestione del forame ovale pervio in caso di ictus criptogenico è uno degli argomenti più dibattuti in neurologia vascolare degli ultimi anni. • Diversi trial randomizzati hanno dimostrato che la chiusura percutanea del difetto riduce il rischio di recidiva rispetto alla sola terapia medica in pazienti selezionati: giovani (convenzionalmente sotto i 60 anni), con ictus criptogenico (causa non identificata nonostante work-up completo), forame ovale pervio con shunt significativo, aneurisma del setto interatriale, in assenza di altri fattori di rischio competitivi. • Al di fuori di questi criteri la chiusura non è raccomandata, e il medico deve distinguere il paziente candidato dalla grande maggioranza di portatori asintomatici per i quali il reperto è incidentale e non richiede alcun trattamento. • Nei pazienti non candidati a chiusura, la terapia prevede antiaggregazione o anticoagulazione in base al profilo clinico e alla presenza di altri fattori tromboembolici.
Stile di vita e controllo dei fattori di rischio
• Le modifiche dello stile di vita rappresentano una componente essenziale della prevenzione secondaria dell’ictus ischemico, indipendentemente dall’eziologia. • È raccomandata la cessazione del fumo, la riduzione del consumo di alcol, il controllo del peso corporeo e l’attività fisica regolare adattata alle condizioni neurologiche del paziente. • La dieta deve essere di tipo mediterraneo, con ridotto apporto di grassi saturi e sale e ricca di frutta, verdura e pesce. • Il controllo dei fattori di rischio vascolare (ipertensione, diabete, dislipidemia) è parte integrante della prevenzione e richiede follow-up strutturato nel tempo.
Nel prossimo articolo, l'ultimo d questa serie, vedremo l'ictus emorragico.
Renato Rossi
Bibliografia
Riporteremo la bibliografia di riferimento nell'ultimo articolo di questa serie.
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