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IA: se la IA fosse l’inizio della nostra fine, ovvero la “fine dell’umano…”

Categoria : Medicina digitale
Data : 24 maggio 2026
Autore : admin

Intestazione :



Testo :

Un timore angoscioso e ricorrente per gli “umani” che studiano la Intelligenza Artificiale è se noi, a forza di convivere con macchine intelligenti, stiamo diventando meno capaci di pensare, sentire, decidere e quindi vivere…. come esseri umani….

Con l’aiuto di Paolo Ercolani, filosofo docente universitario che da decenni si occupa di IA, proviamo ad effettuare una riflessione “colta” ma fondata sulla nostra storia e quindi sul nostro patrimonio culturale(1).
Il punto di partenza è il cosiddetto “test di Turing capovolto”. Nel test classico ci si chiedeva se una macchina potesse imitare così bene l’intelligenza umana da diventare indistinguibile da un essere umano. Qui, invece, la prospettiva viene rovesciata: non è più solo la macchina che imita l’uomo, ma è l’uomo che rischia di adattarsi alla macchina,ovvero di diventare “artificiale”. L’IA cresce nutrendosi dei prodotti dell’intelligenza umana, testi, immagini, dati, comportamenti, decisioni, ma nello stesso tempo l’uomo, interagendo continuamente con l’IA e con gli algoritmi, rischia di pensare e agire in modo sempre più automatico, meccanico, reattivo.

Per spiegare questo rischio, l’autore individua quattro dimensioni fondamentali dell’umano, richiamandosi a quattro parole di origine greca: logos, pathos, demos e cronos. Il logos riguarda il pensiero, lo studio, la parola; il pathos riguarda le emozioni, la sensibilità, l’empatia; il demos riguarda la vita sociale e politica; il cronos riguarda il tempo, la finitudine, il rapporto dell’uomo con la morte e con il limite. Secondo l’autore, proprio queste quattro dimensioni vengono trasformate, indebolite o minacciate dall’interazione sempre più pervasiva con le tecnologie digitali e con l’IA.


1. Il logos: pensare meno, reagire di più
La prima dimensione è quella del logos, cioè la capacità di studiare, ragionare, parlare, discutere, argomentare. Qui l’autore riprende una lezione importante di Marshall McLuhan: i mezzi di comunicazione non sono strumenti neutri. Non sono semplicemente oggetti che usiamo bene o male a seconda delle nostre intenzioni. Al contrario, ogni tecnologia ci modifica. Cambia il nostro modo di percepire il mondo, di informarci, di comunicare, di ricordare, di discutere.
Applicato al mondo digitale, questo significa che internet, smartphone, social network e IA non si limitano a darci informazioni: cambiano il nostro modo di costruire il pensiero. L’autore richiama diversi studi che parlano di riduzione dell’attenzione, perdita della concentrazione, impoverimento del linguaggio, difficoltà di memoria e aumento dell’analfabetismo funzionale. Quest’ultimo è un punto particolarmente importante: non si tratta di persone che non sanno leggere, ma di persone che leggono senza comprendere veramente, senza rielaborare, senza saper discutere in modo critico ciò che hanno letto.
Il problema, dunque, non è soltanto che ci informiamo online. Il problema è che spesso ci informiamo in modo frammentario, rapido, emotivo, algoritmico. La rete tende a mostrarci ciò che conferma i nostri gusti e i nostri pregiudizi. I social favoriscono risposte brevi, aggressive, polarizzate. La parola non viene più usata per cercare insieme la verità, ma spesso per colpire, semplificare, insultare, schierarsi.
In questo contesto l’IA generativa introduce un passaggio ulteriore. Sempre più persone non si limitano a cercare informazioni con strumenti digitali, ma delegano direttamente all’IA la produzione di testi, riassunti, elaborati, idee, argomentazioni. Il rischio non è che l’IA scriva al posto nostro una singola relazione. Il rischio più profondo è che, abituandoci a delegare il lavoro mentale, perdiamo allenamento nel pensare. In questo senso l’uomo rischia di diventare “funzionante” ma non pensante: rapido, efficiente, adattato al sistema, ma meno capace di riflessione autonoma.

2. Il pathos: più connessi, ma più soli
La seconda dimensione è il pathos, cioè la vita emotiva: passioni, sentimenti, empatia, capacità di sentire se stessi e gli altri. Qui l’autore si concentra soprattutto sui giovani, cresciuti fin dall’infanzia dentro un ambiente digitale permanente.
La descrizione è molto netta: i ragazzi appaiono sempre connessi, sempre in relazione, sempre visibili sui social, ma dietro questa superficie colorata e apparentemente vivace si nascondono spesso solitudine, ansia, insicurezza, senso di inadeguatezza. La connessione continua non coincide necessariamente con la relazione vera. Avere molti contatti, ricevere like, scambiare messaggi, pubblicare immagini della propria vita non significa sentirsi realmente ascoltati, compresi, accolti. Secondo l’autore, la vita online produce una sorta di “vetrinizzazione” permanente: ci si sente sempre esposti, sempre giudicati, sempre osservati. Questo può generare ansia, soprattutto negli adolescenti, perché l’identità personale si costruisce sotto lo sguardo continuo degli altri. Il telefono diventa così non solo uno strumento, ma quasi un ambiente emotivo: rassicura e imprigiona nello stesso tempo.
Il passaggio più delicato riguarda l’empatia. Le relazioni faccia a faccia richiedono tempo, sguardo, voce, esitazioni, ascolto, corporeità. Le connessioni digitali, invece, sono spesso rapide, fredde, intermittenti. Ci si abitua a interagire con profili più che con persone, con messaggi più che con dialoghi, con reazioni immediate più che con comprensione profonda. Da qui l’idea di una possibile “fine dell’empatia”: non perché l’essere umano non sia più capace di provare emozioni, ma perché rischia di disabituarsi alla relazione reale.
Il paradosso è molto umano: molti giovani capiscono che la dimensione digitale li fa stare male, ma temono di uscirne perché hanno paura di restare esclusi, isolati, tagliati fuori. È il meccanismo oggi spesso chiamato fear of missing out: paura di perdersi qualcosa, paura di non esserci, paura di non partecipare al flusso continuo della vita online. Così si resta dentro un ambiente che produce disagio proprio per paura del disagio che deriverebbe dall’uscirne.

3. Il demos: una democrazia fragile nell’epoca degli algoritmi
La terza dimensione è il demos, cioè la vita collettiva, sociale e politica. L’autore sostiene che anche la democrazia viene messa in difficoltà dalla trasformazione digitale.
[i]Una democrazia sana ha bisogno di almeno due condizioni: un’informazione libera, competente e professionale; e cittadini capaci di pensiero critico. Se manca una delle due, la democrazia si indebolisce.
Oggi, però, gran parte dell’informazione passa attraverso social network, piattaforme digitali e motori algoritmici. Questi strumenti non ordinano le notizie in base alla loro verità, alla loro importanza civile o alla loro qualità giornalistica, ma spesso in base alla capacità di generare attenzione, reazioni, permanenza online, profitto.
Questo crea un problema enorme: notizie vere e false possono circolare nello stesso ambiente, con la stessa veste grafica, spinte o nascoste da criteri che l’utente non conosce. L’algoritmo decide cosa vediamo, quanto lo vediamo, con quali contenuti veniamo raggiunti. E lo fa non per formarci come cittadini, ma per trattenerci come utenti.
L’autore parla perciò di governance algoritmica: una forma di potere non sempre visibile, non sempre controllabile democraticamente, che orienta gusti, opinioni, emozioni, paure, indignazioni. Il rischio è che il cittadino non sia più davvero libero di informarsi, ma venga guidato dentro bolle informative che confermano ciò che già pensa. Da qui il legame tra “post-verità” e “post-democrazia”: se diventa difficile distinguere il vero dal falso, e se diminuisce la capacità critica delle persone, anche la democrazia perde solidità.
In questa parte il documento richiama anche il tema del capitalismo della sorveglianza (2). Le grandi piattaforme raccolgono dati sui nostri comportamenti, li trasformano in previsioni, li usano per orientare consumi, scelte, preferenze. L’essere umano viene ridotto al proprio comportamento online: ciò che clicca, guarda, compra, commenta, desidera. Il rischio è che la persona venga trattata sempre meno come soggetto libero e sempre più come insieme di dati manipolabili.

4. Il cronos: il rifiuto del limite e il sogno dell’immortalità
La quarta dimensione è il cronos, cioè il tempo. L’uomo è umano anche perché sa di essere finito. Nasce, cresce, invecchia, muore. Questa consapevolezza del limite è dolorosa, ma è anche una parte essenziale della nostra umanità. Ci obbliga a dare valore al tempo, alle relazioni, alle scelte, alla memoria, alla cura.

Secondo l’autore, alcune correnti legate al transumanesimo e alla cultura tecnologica contemporanea promettono invece il superamento del limite umano. L’idea è che l’uomo possa potenziarsi attraverso la tecnologia, fondersi progressivamente con le macchine, diventare cyborg, trasferire la propria coscienza in ambienti digitali, forse perfino conquistare una forma di immortalità virtuale.
L’autore considera questa promessa come una specie di nuova religione senza Dio: non promette il paradiso ultraterreno, ma una sopravvivenza tecnologica; non parla di anima immortale in senso religioso, ma di mente caricata in un avatar o in un metaverso. In questa prospettiva il limite biologico, il corpo, la fragilità, la morte non vengono più accettati come parte della condizione umana, ma vissuti come difetti tecnici da correggere.

Qui il rischio di disumanizzazione è radicale: se essere umani significa anche essere corporei, fragili, mortali, dipendenti dagli altri, allora il sogno di superare completamente queste condizioni potrebbe non rappresentare il perfezionamento dell’umano, ma la sua cancellazione. Il progetto di una “superumanità” potrebbe trasformarsi nel progetto di un mondo senza l’umano come lo abbiamo conosciuto.


Tra Orwell e Huxley: il pericolo non è solo ciò che temiamo, ma ciò che desideriamo
Nella parte conclusiva il documento propone un confronto molto efficace tra due grandi immagini letterarie del Novecento: 1984 di George Orwell e Mondo nuovo di Aldous Huxley.
Orwell immaginava una società controllata dal dolore, dalla repressione, dalla censura, dalla paura. Huxley immaginava invece una società controllata dal piacere, dall’intrattenimento, dalla superficialità, dall’eccesso di informazioni inutili. Secondo l’autore, la nostra epoca assomiglia più a Huxley che a Orwell. Non siamo necessariamente oppressi da un tiranno che ci impedisce di pensare; rischiamo piuttosto di smettere volontariamente di pensare perché distratti, sedotti, intrattenuti, iperconnessi.
Questa è forse l’intuizione più forte del testo: il pericolo non viene solo da ciò che ci spaventa, ma anche da ciò che desideriamo. Desideriamo comodità, velocità, efficienza, potenziamento, immortalità, controllo, piacere immediato. La tecnologia promette di realizzare molti di questi desideri. Ma se non impariamo a governarla, potremmo pagare un prezzo altissimo: perdere proprio quelle qualità che rendono umana la vita umana.


Riflessione finale
Il documento non è un rifiuto ingenuo della tecnologia. L’autore riconosce che l’IA può avere applicazioni straordinarie: in medicina, nella ricerca scientifica, nella disabilità, nell’ambiente, nell’economia. Il punto non è dire “IA sì” o “IA no”. Il punto è chiedersi: chi controlla questa tecnologia? Con quali fini? Con quali limiti? A vantaggio di quale idea di uomo?
La domanda di fondo, quindi, non è soltanto se l’IA diventerà più intelligente dell’uomo: lo è già! La domanda più importante è se l’uomo saprà restare umano mentre usa l’IA. Restare umano significa continuare a pensare con la propria testa, coltivare relazioni vere, difendere la democrazia, accettare il limite, educare il desiderio, non delegare tutto alla macchina. L’IA può essere uno strumento potentissimo, ma se diventa l’ambiente totale dentro cui pensiamo, sentiamo, scegliamo e speriamo, allora il rischio non è solo tecnologico: è antropologico.



[b]Riccardo De Gobbi e Giampaolo Collecchia



Bibliografia


1) P. Ercolani: Fine dell’umano? In Umana troppo umana: la IA e Noi- Micromega n.6/2024
2) S. Zuboff. Il capitalismo della sorveglianza, LUISS, 2019



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stampato il 15/05/2026 alle ore 19:40:05